DIARIO DI UN OPEN SPACE TECHNOLOGY, parte seconda


SECONDA PARTE (per la prima parte clicca qui)
Stefania ed io abbiamo da subito pensato che fosse importante trovare un’immagine che contraddistinguesse l’OST Mediazione. L’idea del logo è nata spontaneamente parlando dell’organizzazione, tra una cosa e l’altra. Ricordo perfettamente le esatte parole che ci dicemmo: la prima cosa che mi viene in mente pensando all’OST è un gruppo di persone sedute in cerchio. Così è stato: un cerchio con le lettere OST MEDIAZIONE tutte attorno, come le persone nell'OST.
Il cerchio, ovvero il fatto di essere seduti in circolo, senza gerarchie, potendosi tutti guardare negli occhi è un tratto fondamentale dell’OST. Harrison Owen, spiegando perché il cerchio è importante, dice: avete mai visto un quadrato di amici? Il fatto di essere in cerchio fa “circolare” le idee, gli spunti, crea lo “spazio aperto” dell’open space ed inoltre è ciò che simbolizza più chiaramente il cambio di paradigma (alla maniera di Thomas Kuhn) che si produce con le tecniche partecipative, come l’OST. Non c’è più un rapporto frontale, da docente a discente, da autorità a suddito e così via. Si è tutti sullo stesso piano di collaborazione, pronti a sfruttare lo spazio aperto del cerchio che è, in un certo senso, vuoto, pronto ad accogliere ciò che le persone in cerchio propongono. Un OST non sarebbe possibile con le persone sedute in file di sedie come al cinema, non solo per la relazione uni/bidirezionale del rapporto tra chi sta nelle file e chi sta sullo schermo (riprendendo l’esempio del cinema), ma anche perché non c’è nessuno spazio aperto, libero per favorire il nascere e lo scambio di idee.


I preparativi pratici per un OST con un numero di partecipanti non molto elevato non sono poi così complicati. Non serve un pool di esperti. Le questioni pratiche le abbiamo organizzate semplicemente predisponendo prima una todo list con l’indicazione di chi si sarebbe occupato di cosa con le relative scadenze. Poi, per assicurarci che tutto fosse a posto, abbiamo usato una check-list del tipo che si può trovare facilmente in rete, ma che abbiamo arricchito e personalizzato a nostro uso e consumo. Ci siamo suddivisi i compiti a seconda delle disponibilità e delle preferenze, chiedendo una mano a chi si rendeva disponibile.

Il nostro OST è stato partecipato sin dall'inizio.
Una volta terminata la fase ideativa, la progettazione pratica si è svolta con un confronto continuo con il consiglio direttivo dell'associazione e si è allargato via via con la partecipazione di diversi soci che hanno messo a disposizione tempo ed energie per organizzare l'Open Space. Senza il loro aiuto, forse sarebbe stato possibile ugualmente organizzare l'OST, ma di sicuro non sarebbe stato così curato, così ben fatto, così bello. L'apporto di questo piccolo gruppo di super-appassionati dell'OST è stato veramente fondamentale, non solo per il risvolto qualitativo (è stato un OST ben fatto, ben organizzato, ecc...), ma proprio dal punto di vista metodologico. Abbiamo cercato, nei limiti delle nostre forze, di mantenere anche la fase organizzativa la più aperta e la più partecipata possibile. Questo ha certo creato qualche problema di coordinamento e, di sicuro, ci ha dato ampie possibilità di esercitarci nell'arte della gestione del conflitto, ma ne è valsa la pena.

Confronto continuo mi sembra un'espressione povera, inadatta a descrivere le centinaia di telefonate, le decine e decine di mail, gli incontri le riunioni in diversi uffici, nei bar, lunghissime chiacchierate camminando per strada, ora con una socio, ora con un altro. L'OST si è diffuso come una macchia d'olio. Mi è capitato di essere fermata in tribunale, al bar o in giro per Milano da persone che conoscevo a malapena e che mi fermavano per chiedermi dell'OST. Io cercavo sempre di dire come era nata l'idea dell'OST e cosa stava succedendo, cosa stavamo facendo per organizzarlo. Cercavo, in sostanza, di raccontare la storia dell'OST perché raccontare una storia è il modo più semplice per coinvolgere qualcuno condividendo le emozioni e i pensieri, creando immediatamente uno spazio condiviso di comunicazione. Ma di questa cosa abbiamo già parlato altrove raccontando dello Storytelling.

Domenica mattina 25 novembre, quando sono arrivate le prime persone, le ho viste incuriosite guardarsi attorno per vedere cosa avevamo appeso ai muri, i cartelli, le foto, i bombi e le farfalle... Per qualcuno era una cosa completamente nuova. I cartelli con le indicazioni per l'accoglienza iniziavano dal citofono, direttamente sulla strada, continuavano nel cortile e arrivavano fino al "benvenuti" dell'ingresso. Ogni cosa è stata pensata (discussa, ridiscussa, valutata, criticata, aspramente criticata, mediata) perché ognuno potesse sentirsi a proprio agio. Dai colori dei tovaglioli e delle vettovaglie, alle modalità in cui si dovevano scrivere i cartelloni, dal numero e dalla foggia dei pennarelli, al formato dei post-it, abbiamo cercato di immaginare ogni scenario possibile. Ci siamo scoperti architetti, ingegneri, designer, ergonomisti, cuochi e così via, perché tutto funzionasse.
Alla fine di questo primo OST quasi tutti i presenti si sono fermati qualche minuto ad aiutarci a sistemare e a sgomberare: l'OST sembrava veramente essere diventato una cosa di tutti.
Nel questionario tra il serio e il faceto che abbiamo inviato subito dopo l'OST per avere dei riscontri anonimi (quindi, presumibilmente, sinceri) dai partecipanti, alla domanda "parteciperesti ad un altro OST?", le risposte sono state positive al 99%, dove l'1% è rappresentato dalla risposta "mah... dipende...". Ma ancor più interessante è il fatto che alla domanda "proporresti un OST ai tuoi colleghi?" le risposte sono state positive al 100%. Anche chi ha risposto in maniera dubitativa circa la propria partecipazione ad un prossimo OST, ha affermato di poter proporre l'OST ai colleghi "come qualcosa di strano, fatto da gente strana." E perché no?


L’OST e la mediazione.

L’OST e la mediazione sono parenti stretti, nel senso che hanno le stesse basi epistemologiche.
Detto in maniera più semplice: le ragioni per cui un OST funziona, sono le stesse per cui la mediazione funziona.
L’OST e la mediazione sono modalità di affrontare e vivere realtà complesse (cum-plexus).
Consapevoli che la semplificazione di ciò che è complesso non porta a risultati soddisfacenti (come sbrogliare un gomitolo di lana con un paio di forbici, grazie al professor De Toni per la metafora) si affronta tanto l’OST come la mediazione senza rigidità, ma con delle convinzioni ferree. Occorre osservare e non giudicare, occorre aggredire il problema e non le persone, occorre guardare al futuro e non al passato, ecc. Tutte frasi che sono entrate nel gergo di noi mediatori e che ormai fanno parte del nostro vocabolario e della nostra vita.
Nell’OST tutto quello che abbiamo imparato nella mediazione, soprattutto lo sguardo non giudicante che ci permette di facilitare le parti in conflitto, viene amplificato ed applicato in modo semplice e subito efficace.
Il fatto che in un OST ci siano diverse persone che sono continuamente invitate dalla struttura dell’OST, dalla presenza degli altri, ad agire e a “stare” in una condizione non giudicante di respons-abilità produce l’”effetto OST”.
L’effetto OST viene spesso scherzosamente e amorevolmente definito come la “magia” dell’OST che in realtà non ha nulla di magico e ha invece tanto di umano.
Ciò che accade nell'OST si può certo descrivere dettagliatamente, ma non ci si può aspettare di coglierne la peculiarità da una semplice lettura, per quanto approfondita. E' un po' come leggere il miglior libro di mediazione esistente e mediare.
Quindi, non resta che provare, partecipare a un OST per coglierne appieno la portata.

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