DIARIO DI UN OPEN SPACE TECHNOLOGY, parte prima


Era l’inizio di giugno del 2012 e sulla mia scrivania è squillato il telefono di In Media.
All’altro capo del filo c’era Stefania Lattuille. Mi chiedeva se l’associazione fosse interessata a fare un Open Space Technology, sulla mediazione.
Mi sembrava una proposta così azzeccata, così adeguata, così interessante che non ho mai avuto nessun dubbio sul fatto che sarebbe stata accolta e appoggiata da tutta l’associazione.
In effetti, l’idea di cui mi parlava Stefania Lattuille è l’esplicitazione di un principio che In Media stava già portando avanti con forza da alcuni mesi e che in breve può essere riassunto così: se il nostro obiettivo è fare mediazione, dobbiamo adottare un metodo che sia congruo con questo obiettivo.
Che il metodo debba essere congruo con l’obiettivo da raggiungere, è una cosa di cui parlano i grandi saggi, da Capo Seattle al Mahatma Gandhi, ne parlano anche le persone semplici e di buon senso, ma non è così comune veder applicato questo principio. In particolare nella mediazione e più in generale nella tecnologia della pace, l’attenzione al metodo passa sovente in secondo piano con risultati ridicoli e paradossali.
Chiunque abbia avuto almeno una volta un’esperienza di mediazione (civile e commerciale, familiare, penale o altro) sa che non è possibile costringere a mediare. La c.d. “mediazione obbligatoria” è un ossimoro a cui ci siamo abituati in omaggio al Legislatore e alla “condizione di procedibilità” – di cui parleremo forse in un altro momento, ma non è un’esperienza concretamente possibile, se non nei termini di un paradosso pragmatico.
Quindi, quando Stefania mi ha proposto l’OST, subito mi è venuta alla mente la progettualità aperta, l’approccio alla complessità, il valore della responsabilità individuale. Tutte cose che costituiscono l’ontologia dell’OST e che si sposano perfettamente con la mediazione, o meglio, con la necessità che di mediazione si parli e si tratti con un metodo congruente alla mediazione stessa.


Il primo incontro con Stefania Lattuille è stato pochi giorni dopo, a pranzo, in un bar nei pressi del Tribunale.
Avevamo un punto da chiarire immediatamente: era veramente un OST quello che volevamo fare? L’OST poteva essere uno strumento adatto?
It always works, funziona sempre. E’ il ritornello che si legge un po’ dappertutto sull’OST.
L’OST funziona perfettamente da almeno 20 anni, da quando Harrison Owen lo ha “originato” (lui dice così) e ha funzionato perfettamente in qualunque parte dal mondo coinvolgendo milioni di persone.
C’è il trucco? -No, c’è piuttosto un presupposto che Harrison Owen chiama “Appropriateness”, pertinenza, adeguatezza.
  • Innanzitutto l’OST “is about the business and not about the process”. L’OST deve avere uno scopo concreto, non speculativo. Volete fare un OST catastrofico? Organizzatene uno per “discutere” di una faccenda, la catastrofe è assicurata!
  • Poi, occorre che la udi cui si tratta abbia un elevato grado di complessità (a great deal of complexity). Non serve un OST per affrontare una questione che si può risolvere con un paio di telefonate. E’ intuitivo, ma occorre prestare attenzione: un OST fatto con i presupposti sbagliati crea più problemi di quanti non ne risolva.
  • A un OST partecipano persone assai diverse e con punti di vista disparati. Questa diversità è uno dei punti di forza dell’OST.
  • All’OST partecipano persone che hanno una vera e propria passione per l’argomento e che con ogni probabilità sono anche in conflitto tra loro.
  • L’OST deve trattare una faccenda urgente, pressante, che necessita di una decisione per ieri.
Quindi la primissima cosa che dovevamo fare era capire se l’OST fosse uno strumento corrispondente ai nostri bisogni, oppure no.
Nella mia mente subito hanno iniziato a frullare domande su domande che riversavo a raffica sulla mia interlocutrice la quale – a dire la verità – mi guardava un po’ perplessa, e pure con qualche ragione…
Per la fine del pranzo, avevo iniziato a usare il tovagliolo di carta del bar per prendere appunti. Un pezzo di quel tovagliolo è ancora appeso nel mio studio dietro alla mia scrivania per ricordarmi che questo OST è iniziato “on the napkin” ironizzando sul titolo di un famoso libro di Dan Roam. (The back of the napkin).
Da quel momento è iniziato uno scambio serrato di email, inizialmente tra me e Stefania, poi allargato agli altri membri del Consiglio Direttivo perché questo OST viene organizzato da un’associazione, mettendo al centro i soci.
Harrison Owen dice in uno dei suoi libri che anche se il suo nome è associato all’OST, sbaglierebbe chi pensasse che l’Open Space sia una sua creatura personale. Al contrario, questa strana forma di lavorare assieme verso uno scopo comune, dove è chiaro il punto di partenza e il punto di arrivo, ma tutto quello che sta in mezzo è aperto alla responsabilità e all’iniziativa dei partecipanti, si è formata grazie al contributo di migliaia di persone che negli anni hanno praticato l’Open Space, perfezionandolo, migliorandolo, adattandolo, fino a consegnarcelo nella forma in cui lo conosciamo oggi.
Ancora oggi l’OST, proprio per la sua natura complessa, non è affatto un rituale cristallizzato ed inerte, pronto per essere servito bell’e fatto per ogni occasione. L’Open Space, come tutte quelle cose che mettono le persone e la collaborazione tra le persone al centro, è in continua evoluzione, né potrebbe essere altrimenti.
I quattro principi dell’OST ci obbligano a tenerci aperti all’ascolto, ad esplorare ogni possibilità, a metterci in una condizione di partecipazione attiva, sono dei veri e propri strumenti di lavoro.
1)      Chiunque venga è la persona giusta.
2)      Qualsiasi cosa accada è l’unica che sarebbe potuta succedere.
3)      Quando comincia è il momento giusto.
4)      Quando è finita è finita.
La prima volta che li ho sentiti la mia reazione non è stata delle migliori.
Il mio primo istinto è stato quello di continuare la lista: sono sempre i migliori quelli che se ne vanno, non esistono più le mezze stagioni, si stava meglio quando si stava peggio, e così via. Solo quando li ho messi in pratica, quando li ho vissuti e sperimentati ho capito di che cosa si trattava.
Assieme alla legge dei due piedi sono un vademecum per l’OST e per ogni forma di collaborazione partecipata.
1)      Chiunque venga è la persona giusta.
Aiuta a focalizzarsi sull’obiettivo e si basa su un presupposto implicito fondamentale: siamo tutte “persone giuste” per partecipare all’OST. E’ come se nella sua forma completa il principio recitasse così: chiunque venga è la persona giusta, in quanto siamo nell’OST. Chiunque sia presente ha interesse se non una genuina passione per l’argomento, lo tocca da vicino, ne è coinvolto, quindi è la persona giusta per essere lì. Il fatto di partecipare all’OST la rende giusta. Questo principio crea una sorta di terreno comune dove ci si può concentrare subito andando al cuore della faccenda, rendendo più semplice la comunicazione e obbligando i partecipanti a spendere un po’ di fiducia nell’OST.
Questo “terreno comune” è lo stesso che il mediatore appronta per ogni mediazione. Prima di ogni mediazione occorre stabilire infatti i confini, l’ambito , il piano della mediazione. Non è questo il luogo per addentrarci ulteriormente con queste considerazioni, ma mi piace aggiungere che, personalmente, adotto spesso una specie di indicatore per dire che siamo entrati in un piano diverso, comune, dove faremo mediazione. Semplicemente dico: benvenuti in mediazione, e quasi sempre ottengo l’effetto desiderato.
2)      Qualunque cosa accada è l’unica che sarebbe potuta accadere
Il secondo principio dell’OST ci esorta con forza ad evitare ogni forma di giudizio, non serve. Questo principio aiuta a restare nel presente, nell’OST a lavorare concretamente verso una soluzione o un cambiamento, lasciando stare ciò che sarebbe potuto essere e ciò che potrà essere. Concentrati qua, adesso, nell’OST: è la quintessenza della concretezza.
Per come lo leggo io, mettendomi il cappello del mediatore, questo principio è parente stretto di un altro principio fondamentale della mediazione: andare oltre “il giusto” e “lo sbagliato”.
3)      Quando comincia è il momento giusto.
Per parte mia, questa è la versione occidentale di certi mantra o esercizi orientali che sviluppano ed esercitano la pazienza. E’ un richiamo a non avere fretta e, ancora, ad avere fiducia. Oltre alle nostre aspettative individuali, oltre ai nostri desideri c’è una modalità di funzionamento collettiva dell’OST che ha le sue regole, i suoi tempi, le sue risonanze. Per collaborare, per far sorgere la creatività, occorre una specie di armonizzazione o, semplicemente, un po’ di tempo. E’ una cosa abbastanza naturale, ma noi che andiamo sempre di fretta, stentiamo a capire che sia così, quindi siamo presi dalla premura, dalla paura di non farcela… Rilassatevi! Tornate al terzo principio e ricordate che sta lì per un buon motivo.
Quante volte noi mediatori abbiamo iniziato a mediare avendo già in mente la soluzione che le parti avrebbero dovuto adottare? Andare subito alle conclusioni è un impeto che ogni buon mediatore deve saper controllare per esplorare, valorizzare e anche, umilmente, scoprire che potrebbe aver sbagliato le sue previsioni. Come scrive Marianella Sclavi “Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.”
4)      Quando è finita, è finita.
Sì, è abbastanza semplice, ma cosa vuol dire? Ha sicuramente una fortissima portata pratica, ma vuol dire che non è così importante seguire i propri piani e le proprie misure. E’ di nuovo un’apertura di credito nei confronti dell’OST.
Per me l’OST è come se fosse una creatura viva: se ne rispetti i tempi e le forme ti porta con ogni probabilità ad un risultato superiore alle tue aspettative. Nell’OST si realizza quella meravigliosa magia per la quale, un po’ come succede in orchestra, il risultato è superiore, di molto superiore, alla somma dei singoli individui.
La portata di un open space non si esaurisce al termine dei lavori, ma continua anche oltre l’OST in sé. Questo avviene perché nell’OST si produce (auspicabilmente) un cambiamento ed occorre avere fiducia nella capacità dell’OST di indirizzare il cambiamento in modo utile e condiviso. Non è detto che all’inizio il cambiamento sia immediatamente evidente, tanto più che verosimilmente ci saranno cambiamenti a diversi livelli (o piani), ma comunque procede, anche se a piccoli passi, per “trasformazioni silenziose” (omaggio a François Julien) e, grazie all’OST, può procedere in una direzione chiara e condivisa.
LA LEGGE DEI DUE PIEDI
La Legge dei due piedi dice che se ti trovi in un posto dove non sei contributivo e non stai imparando niente, usa i tuoi due piedi e và altrove dove puoi essere più utile (e anche più contento).
La Legge è un invito alla responsabilità, è un invito all’attenzione a se stessi, è un’esortazione a prendere posizione e a mantenersi saldi aggrappati alla propria passione a quello che veramente si sente. Non ti consente di scaricare la colpa sugli altri, di dire: non ho fatto niente per colpa sua.
Costringe anche ad un’osservazione continua, ad essere collegato alle tue emozioni.
Ti stai annoiando? Usa la legge dei due piedi.
Ti stai entusiasmando? Resta esattamente dove sei.
Non sai esattamente dove collocarti? Usa i tuoi due piedi e vai da un gruppo all’altro, come un’ape, finché non trovi il posto per te.
Non trovi comunque un posto per te? D'accordo. Possono succedere cose meravigliose lo stesso.
Da tutto quanto ho scritto fin qua risulta evidente che l’OST e la mediazione hanno le stesse basi epistemologiche.
Con tutte queste cose ben chiare in mente, ci rendevamo conto che l’OST è importante per i mediatori e per gli appassionati di mediazione, ma ancor più in particolare questo OST che tratta di mediazione è importante al quadrato, ecco perché In Media lo organizza.
(continua…)

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