TIROCINIO ASSISTITO D.M. 145 del 2011

TIROCINIO
Un bel giorno ho scoperto che il Ministero chiedeva a me e a tutti i mediatori iscritti un tirocinio assistito di 20 mediazioni ogni due anni.
La mia prima reazione è stata: “Tiro… che? Ancora?!” Poi ho capito che non avevo scampo e mi sono sottoposta di buon grado alla raccolta dei miei bravi 20 procedimenti, un po’ come si raccolgono i bollini sulla tessera del supermercato. L’esperienza è stata tutt’altro che inutile: mi sono confrontata con altri colleghi mediatori, con stili, sfumature, approcci, prassi, protocolli diversi. Ho avuto l’agio di osservare indisturbata tutto ciò che succedeva, e mi sono giovata della leggerezza di avere la stessa responsabilità di una statua di sale – a parte che per la riservatezza, quella è sacrosanta, fossi anche la moglie di Lot!
Ad un certo punto però mi sono chiesta che cosa stessi facendo e, soprattutto, che cosa ci si aspettasse da me. Allora ho deciso di partire dalla parola: tirocinio.

Il dizionario etimologico mi racconta che i romani chiamavano tirones i giovani soldati che facevano la prima campagna militare o i ragazzi quando indossavano la toga virile. Mi è sembrato anche divertente, da mediatore, da chi descala il conflitto, armonizza gli interessi, lavora sul dialogo e sull’ascolto attivo, scoprire che tirocunium era chiamato l’anno in cui i giovinetti delle famiglie patrizie frequentavano il campo di Marte per esercitarsi nelle virtù militari e prepararsi alle future battaglie. Che nessuno osi mai più dire che la mediazione è uno sport per signorine!
Il mio dizionario si spinge fino a fare un parallelo tra tirocinio e noviziato:
“Pace e bene, fratello mediatore! Sei dell’Ordine dei facilitativi o dei valutativi?”
Comunque la si voglia prendere, il tirocinio ha a che vedere con i primi rudimenti di un’arte o di una professione, è qualcosa che sta all’inizio di un percorso. C’è un “prima” in cui ha senso il tirocinio e c’è un “dopo” che ha senso grazie al “prima” del tirocinio.
Normalmente.
Per noi mediatori apparentemente no. Noi che siamo oltre l’idea del giusto e dello sbagliato, noi che andiamo oltre il torto e la ragione, noi siamo anche oltre il “prima” e il “dopo”.
Per noi, unici al mondo, il tirocinio è ciclico! Ogni due anni ci rinnoviamo completamente (come la pelle del serpente), pretendiamo di non avere appreso nulla, maturato niente, riflettuto e lavorato sul vuoto cosmico e ricominciamo dal principio, ricominciamo ad essere tirocinanti, che è sinonimo di praticanti, esordienti, novizi, allievi, apprendisti, principianti e garzoni.
D’accordo. Forse il legislatore vuole spingerci a mantenerci giovani, a guardare sempre il mondo con occhi nuovi. E’ un’opportunità per mantenersi in forma, in allenamento, per rimettersi in discussione, per crescere. Metafora estrema di questa società che non riconosce valore alla vecchiaia: giovinezza per tutti per sempre?!?!
Posso fare di tutto per la mediazione, posso anche essere una recluta per tutta la vita, se ci sono costretta. Quello che non posso fare è stravolgere il significato delle parole. Non so quale idea perversa ci fosse sotto il fatto di chiamare la formazione continua di stampo pratico, che dura quanto la vita professionale, come qualcosa che ha una portata temporale limitata e ben specifica e, francamente, poco importa.
Quello che io vorrei è: chiamare le cose con il loro nome. E’ una delle nostre prerogative divine e non voglio rinunciarci. Se sono chiamata a fare delle supervisioni, delle attività didattiche pratiche periodiche, delle valutazioni, quello che volte: va bene. Non mi disturba affatto.
Quello che veramente mi disturba è la sensazione di essere sempre con la mediazione un po’ all’arrembaggio.
Questa confusione sul linguaggio non è un buon segno. Prima ci hanno chiamato conciliatori, poi mediatori, qualcuno anche media-conciliatori, poi ci fanno fare un “tirocinio” che tirocinio non è…  Ora non vorrei discettare di alta filosofia, ma tutto questo è indice del fatto che troppo in pochi sanno cosa sia la mediazione, quale sia la sua realtà e quali i suoi connotati. E, ancor peggio, in pochi se ne rendono conto.
Provate voi a chiamare qualcuno con un nome che non è il suo, o a sostenere una conversazione chiamando, ad esempio, “mele” le “pere” e viceversa! Non sarebbe possibile.
Apparentemente, ed incredibilmente invece, per quanto riguarda la mediazione è assolutamente possibile non avere idea di ciò di cui si sta parlando, mentre lo si dice.
Non è un buon segno, lo ripeto.

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