IL CONDOMINIO FELICE - PARTE PRIMA

RACCONTO DI UN INTERVENTO VOLTO A GENERARE UN PROCESSO PARTECIPATIVO E DI DESCALAZIONE DEL CONFLITTO


Quello che segue è il resoconto di un intervento che ho effettuato in una realtà alle porte di Milano. I nomi ed i riferimenti sono stati cambiati per preservare la riservatezza, ma il metodo, le modalità, le finalità ed ogni altro dettaglio riguardante il mio lavoro sono riportati fedelmente.

Siamo in un condominio alle porte di Milano dove la convivenza fra condomini si sta facendo sempre più difficile. Si tratta di un complesso che ospita poco più di un centinaio di famiglie per un totale di oltre trecento persone.
Molti sono gli anziani che vivono lì da molti anni. Incomprensioni ed insulti sono all’ordine del giorno oltre ad alcuni episodi spiacevoli di vandalismi nei confronti della proprietà comune che hanno contribuito ad esacerbare gli animi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso e da cui si è originato il mio intervento è stata la reiterata trasgressione da parte di alcuni adolescenti del divieto del gioco del pallone in cortile che è contenuto nel regolamento condominiale. Molti di noi hanno probabilmente vissuto l’esperienza di giocare in cortili in cui la palla era vietata ed altrettanti ricorderanno come un simile divieto fosse a tratti trasgredito e poi rispettato a seconda delle convenienze del momento. Oggi giorno, in virtù della diversa diffusa sensibilità dei genitori nei confronti delle attività ricreative dei figli, nonché della mancanza di spazi adeguati e sicuri per i ragazzi nelle nostre città, la prospettiva è cambiata. Arrivo in questo condominio trovandomi di fronte a due schieramenti fieramente contrapposti: a favore del gioco della palla e contrari.
Al momento del mio arrivo i condomini se le sono già dette di tutti i colori e mi vengono riferiti episodi che comprendono il lancio di secchiate d’acqua dai balconi e lo scoppio di piccoli petardi gettati dal cortile sui balconi: è in corso una vera e propria battaglia.
Un altro elemento assai rilevante è il fatto che questo condominio ha un glorioso passato di “autogestione”, chiamiamola così. Nel senso che gli originari condomini, fieri della loro casa, avevano una modalità di condivisione dei compiti e delle responsabilità che è andata perdendosi con gli anni, sia per la trasformazione delle gestioni condominiali in genere, sia per un normale ricambio generazionale tra i condomini che ha introdotto nella vita del condominio persone più giovani e tendenzialmente più lontane da quell’idea di gestione condivisa della cosa comune che era senza dubbio alla base della costituzione del condominio sin dalla sua fondazione. Le insoddisfazioni, le lamentele ed ogni tipo di magagna viene oggi riversata sull’amministrazione condominiale che non è per sua natura in grado di affrontare problemi che esulino dalle questioni prettamente gestionali e che si domanda se ci sia una via per ritornare alla pacifica convivenza di un tempo.
I condomini sono stati avvisati del progetto che stavo intraprendendo tramite un volantino nella casella delle lettere che è stato anche affisso in bacheca e che spiegava le modalità del progetto stesso: sarei stata presente in loco, in una stanzetta al centro del cortile per un pomeriggio alla settimana. Chi voleva poteva venire a parlarmi. Il mio obiettivo era di descalare il conflitto e di innescare un meccanismo virtuoso di convivenza pacifica e condivisione, non di “risolvere” la questione o di “chiudere la faccenda”. Per risolvere o chiudere non servivo io. Bastava un amministratore con il pugno di ferro che si mettesse come un cane da guardia a bucare il pallone ai bambini che giocavano e facesse inviare diffide e richiami per ogni infrazione al regolamento. Ma ciò che si doveva affrontare non era un “problema” o una “questione complicata”, ma era piuttosto un sistema complesso.
Per innescare un processo dinamico costruttivo tra i condomini, sapevo che dovevo iniziare dalla fiducia. Come è possibile creare fiducia tra persone che si conoscono poco, o persino tra persone che hanno dei trascorsi di conflitti o di tensioni latenti?
Innanzitutto occorre ascoltare attivamente e creare le condizioni affinché le persone inizino ad ascoltarsi a vicenda, a considerare le opinioni diverse e persino contrastanti e a riconoscere e rispettare le voci che sono state messe ai margini. Questo punto è importante. Infatti è importante stabilire le condizioni necessarie per la comprensione reciproca affinché venga ben inteso il problema di cui si discute e si crei un ambiente nel quale ognuno può trovare la propria identità e per il quale ognuno è disposto ad assumersi la propria responsabilità.
Sì, ma come, in pratica?
Ascoltando e raccogliendo le storie.
Non chiedere qual è il problema. Chiedi Qual è la storia. In questo modo scoprirai veramente qual è il problema” (John Forrester, The Deliberative Praticionner, MIT University Press).
Infatti, un altro presupposto di un sistema complesso è che il sistema non può essere ridotto ad equazione, come se fosse un processo lineare, ma può essere espresso tramite la narrazione.
Si impara dalle storie che ognuno racconta. Lo so, sembra paradossale. Le storie che possiamo raccogliere da chi viene a raccontarcele non ci forniscono delle regole per ogni situazione, né delle soluzioni per casi diversi da quelli raccontati. Nient’affatto! Tutto ciò che ricaviamo dalle storie sono dettagli, confusione e particolari. Non un’analisi asettica e matematicamente precisa della situazione.
E’ proprio questa “confusione” delle storie di vita che costituisce parte del loro potere. Ci dice che prima di risolvere i problemi, i problemi vanno formulati con i dati a disposizione. Occorre resistere alla tentazione di interpretare tutto e subito, traendo delle soluzioni “semplici” (=lineari) per una situazione “complessa”.
All’inizio, anche farsi raccontare le storie di ciascuno è stata un’impresa. Convincere qualcuno a scambiare due chiacchiere con me, non è stato semplice. Infatti io ero vista vuoi come l’emissaria dell’amministrazione che, “inetta”, non riusciva a tenere il polso della situazione, vuoi come emanazione dell’amministrazione “subdola”, che mandava la mediatrice a sedare gli animi per poter proseguire placida e con la coscienza a posto a non far assolutamente nulla. L’accoglienza nella graziosa stanzetta nell’accurato cortile non è stata delle migliori, devo dire.
Piano piano poi le cose sono cambiate.
Per iniziare avevo due compiti precisi: salutare e fare tante domande.
Quando avevo spiegato all’amministratore e ai suoi collaboratori cosa avrei fatto per prima cosa (salutare e fare tante domande) non nego di aver visto sul loro viso un’ombra di perplessità. Allora sono ricorsa ad un esempio che uso sempre: provare a dire buongiorno o buonasera quando si entra e si esce dall’ascensore.
Per alcuni di noi è (fortunatamente) scontato, per altri può essere un motivo di osservazione.
Provate a salutare in contesti dove normalmente nessuno saluta (certi pianerottoli, certi ascensori, certi uffici…) Dire buongiorno non vi arrecherà danno e procurerà agli altri il piacere di essere riconosciuti come presenti e pensanti, creerà una minima relazione dove prima c’era il vuoto siderale. In poco tempo, con un po’ di perseveranza, dire buongiorno (gratis) in ambienti dove prima non lo si diceva, può cambiare il clima della situazione e permetterà di fare ulteriori passi in avanti verso la costruzione di un rapporto civile e, magari, cordiale.
Nel nostro condominio la questione era molto semplice: mi mettevo fuori dalla stanzetta e salutavo chiunque passasse dicendo buongiorno o buonasera a seconda delle circostanze.
Dopo poco tempo, dal buongiorno e buonasera, sono passata a dei brevi scambi di frasi, delle miniconversazioni, sempre sull’uscio. Io sapevo di essere lì a fare domande, ma ero io la prima ad essere interrogata.
Sotto svariate forme e a diversi livelli, la domanda che mi facevano era: cosa ci fai tu qua?
Poteva declinarsi come un:
ma a lei chi la paga?
Oppure
Ha qualcosa da dirmi che mi guarda mentre passo?
Oppure
Lei non serve a nulla. (trascritto è: io ritengo che la tua presenza qui sia inutile, quindi cosa ci fai?)
Ecc.
In genere si instaurava un brevissimo scambio di battute nel quale io dovevo raggiungere due micro obiettivi: definire il mio ruolo in quella situazione e lanciare un sassolino nello stagno della posizione irrigidita che tutti avevano.
Ecco un esempio di conversazione realmente avvenuta:
Condomino: “Mi dispiace per lei, ma qui non riuscirà a fare niente.”
Io: “Secondo lei cosa c’è da fare qui?”
C.: “Niente, lasci stare.”
Io: “D’accordo, tanto io non sono qui per fare qualcosa.”
C.: “Allora perché è qua?”
Io: “L’ho scritto nel volantino che è stato distribuito in casella. L’ha visto?”
C.: “Ah, sì. Ma non l’ho letto.”
Io: “Ecco qua, ne ho uno qui con me, tenga.”
C.: “Massì, questa cosa della convivenza, ma non capisco cosa c’entri…”
E via di questo passo.
Altro esempio reale:
Condomino: “Lei ce l’ha con me?”
Io: “Mi scusi?”
C.: “Dico, lei, ce l’ha con me? Perché ho visto che mi stava fissando.”
Io: “Mi scusi, non mi sono accorta di averla fissata.”
C.: “Ah, no, perché pensavo che lei dovesse dirmi qualcosa.”
Io: “Non in particolare, in verità. Ma lei, piuttosto, ha qualcosa da dire a me?”
C.: “Sì,… “ ecc.
Stabiliti precisamente anche con i condomini i confini del mio intervento, ho iniziato a raccogliere delle storie.

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