WILLIAM URY "Risolvere i conflitti" Alessio Roberti Editore

 Tra i fattori che permettono una convivenza pacifica e permettono di far funzionare le relazioni (in un matrimonio, in un'amicizia, tra vicini di casa, tra soci in affari, tra nazioni) un ruolo determinante occupa la capacità di risolvere insieme i conflitti.
Oggi più che mai dobbiamo imparare a collaborare. E' finito il tempo in cui potevamo affidarci ad un modo di prendere le decisioni di tipo gerarchico, quando le decisioni le prendeva il re, il comandante, il capo villaggio, il padre. Dipendiamo in misura sempre maggiore dalla collaborazione volontaria degli altri, non abbiamo altra scelta che imparare a prendere le decisioni insieme.
L'ostacolo più grande alla collaborazione è il conflitto distruttivo.




Il linguaggio del conflitto distruttivo è universale: “Lo voglio io. “ “No. Lo voglio io.” “Ho ragione io.” “No, ho ragione io e tu hai torto.”
Negli ultimi decenni della nostra storia si è manifestata una tendenza ad una graduale riunificazione dell'umanità, come se il gruppo di individui africani, i nostri comuni antenati, da cui tutti discendiamo, la cui progenie si è diffusa per il mondo nel corso dei millenni, tendesse a riunificarsi in un'unica comunità caratterizzata dall'interazione e dall'interdipendenza dei suoi membri. Come se “Per la prima volta dall'origine della nostra specie, l'umanità fosse in contatto con se stessa.”
Stiamo affrontando la sfida di convivere in un'unica comunità insieme a miliardi di altri esseri umani.
Questa “riunione”, lungi dal far decrescere il conflitto, lo alimenta.
Inoltre è radicata in noi la convinzione che la pace sia irraggiungibile, come se la guerra fosse nella nostra natura, come se non ci fosse altro da fare. Questo atteggiamento fatalistico, alimenta il conflitto, dimenticando che mentre ci sono conflitti e guerre sanguinose, la maggior parte del pianeta vive in pace. Mentre ci sono persone in conflitto perenne, la maggior parte degli individui riesce a convivere pacificamente.
La pace è la norma.
La coesistenza pacifica non è un'utopia, è una realtà a cui noi tendiamo a non dare peso, mentre enfatizziamo le situazioni di conflitto, cancellando una realtà esistente e grande come la pace.
La pace è una realtà.
Queste considerazioni servono per cambiare prospettiva.
LA TERZA PARTE
Occorre reimmaginare i conflitti come una questione a tre parti, è cioè necessario coinvolgere la comunità nella composizione delle liti.
Nessun conflitto si svolge nel vuoto, ci sono sempre altre persone attorno. La terza parte è  rappresentata dalla comunità circostante che è il contenitore di qualunque conflitto sorga al suo interno. In assenza di tale contenitore, un serio conflitto tra due parti può facilmente trasformarsi in una lotta distruttiva.
La terza parte è la gente della comunità che utilizza un certo tipo di potere il potere dei pari da una certa prospettiva quella di un terreno comune e sostiene un certo processodi dialogo e di nonviolenza mirando ad un determinato risultato, una vittoria a tre.
La terza parte rappresenta una volontà emergente dalla comunità, è una sorta di organismo che si auto-organizza utilizzando il potere della persuasione e delle persone, ovvero dei pari (Favola di Esopo del Vento del Nord e del Sole che litigavano su chi fosse il più potente tra i due, metafora del fascio di rametti che messi assieme non si spezzano, mentre singolarmente presi sono fragili). La terza parte può ricordare ai due litiganti che appartengono alla stessa comunità e che spesso gli interessi comuni si rivelano assai più numerosi delle differenze.
La terza parte è formata da outsiders e da insiders, ovvero da persone completamente estranee al conflitto (es.: l'opinione pubblica internazionale ai tempi dell'apartheid in Sud Africa) e di persone interne al conflitto (es.: Mandela e de Klerk).
Esiste poi una terza parte interiore che ha un potere innegabile, sebbene sia difficile da descrivere. Si manifesta come una sorta di coscienza all'interno del singolo individuo che lavora sul piano emotivo, psicologico e spirituale.
La terza parte siamo noi. Uno degli atteggiamenti che inibiscono il buon funzionamento della terza parte come mediatrice di conflitti è quello del “non è  un problema mio”. Quando scoppia una lite il nostro primo istinto è quello di farci da parte perché non è affar nostro. Al contrario, è una responsabilità comune che non scoppino gravi conflitti, manca l'accettazione di una responsabilità diffusa per i conflitti che ci circondano. (Es.: gli abitanti di Le Chambon che nascosero e misero in salvo circa 3000 ebrei dai nazisti, costituendo un esempio di “banalità della civiltà”.)
Considerando la linea del tempo durante la quale la specie umana ha vissuto sul pianeta, la parte in cui gli archeologi sono riusciti a documentare la guerra e l'uso sistematico della forza è minima. E' come se si volesse giudicare questo millennio avendo notizie solo degli ultimi dieci minuti. Non ci sono tracce di conflitti e guerre per gran parte della storia umana, anche se tendiamo a dimenticarcene. Non possiamo sapere se questo significhi che gli archeologi non hanno ancora trovato i reperti relativi a guerre e violenze, oppure se la mancanza di reperti stia a significare un uso marginale della guerra e della violenza. In ogni caso è ragionevole pensare, date le condizioni di vita degli uomini primitivi, che fosse assai più conveniente per loro collaborare, piuttosto che farsi guerra. La collaborazione non esclude il conflitto, sicuramente i nostri antenati litigavano, ma la risoluzione dei conflitti era considerata essenziale per la comunità. 
La prima grande rivoluzione nella storia degli esseri umani avvenne con il passaggio all'agricoltura.
Con la sedentarizzazione la popolazione aumentò e le risorse si fecero scarse. Questo provocò un incremento dei conflitti. Mentre in una società di cacciatori-raccoglitori la cooperazione era il presupposto affinché si potessero trovare maggiori risorse per tutti, nelle società agricole si diffuse la convinzione che maggiori risorse a disposizione per certi, significasse minori risorse per altri. Si crearono conflitti per l'accumulazione delle risorse e il costo sociale della guerra diminuì perché con l'aumento del numero di individui, le perdite umane nei conflitti non mettevano più a rischio l'esistenza della comunità.
Il potere si strutturò  secondo una gerarchizzazione piramidale e la coercizione, non più  la collaborazione, divenne la forma dominante di relazione. La brutalità  umana era senza dubbio sempre esistita, ma mai in forma così organizzata. La forza era diventata la logica organizzatrice della società. Dai rapporti orizzontali ed egualitari, si passò ai rapporti verticali dove il gruppo sovrastante dominava quello sottostante.
Negli ultimi anni si sta assistendo ad un ritorno dalle risorse fisse come era nell'agricoltura, alle risorse espandibili ovvero alla Conoscenza. La conoscenza si ottiene assai più facilmente con l'apprendimento e la cooperazione, piuttosto che con la coercizione, e si migliora attraverso la condivisione. La scienza si basa sullo scambio di teorie ed informazioni. La modalità fondamentale è la collaborazione.
La Rivoluzione della Conoscenza rende più vantaggioso condividere e cooperare e rende più  dannoso combattere.
Si assiste ad un ritorno alla rete di relazioni ed a un livellamento delle piramidi. Laddove le piramidi sociali sono generalmente tenute assieme dalla costrizione, le reti sono mantenute dall'interesse comune. Mentre le piramidi tendono ad impedire ai propri membri di allontanarsi, le reti offrono alternative e vie d'uscita. In questa situazione, negoziare diventa una necessità.
In sintesi, l'umanità  sta tornando a dipendere da una risorsa base, la conoscenza, che come ai tempi dei cacciatori-raccoglitori è espandibile, stiamo ritornando alle relazioni orizzontali e la rete sta tornando ad essere l'organizzazione sociale più caratteristica della comunità umana.
Domande: come facciamo a prevenire il conflitto distruttivo e la violenza? Come facciamo a mobilitare la terza parte? Come possiamo incanalare il conflitto nella cooperazione?
Occorre gestire il conflitto prima che degeneri in violenza:
  1. prevenire i conflitti prima che insorgano, occupandoci delle tensioni latenti
  2. risolvere gli eventuali conflitti che si stanno sviluppando
  3. contenere gli scontri per il potere quando non si riescono a risolvere i conflitti.
“Contenere se è necessario, risolvere se è possibile e, meglio ancora, prevenire.”
Il conflitto sorge in genere da bisogni frustrati.
Le tensioni che si sviluppano a causa di bisogni frustrati possono facilmente degenerare quando alle persone mancano le abilità necessarie per disinnescarle.
Le buone relazioni sono la chiave per prevenire i conflitti.
Questi sono i tre ruoli preventivi della terza parte: provvedere ai bisogni, insegnare abilità necessarie a gestire gli scontri, costruire ponti.
Qualunque sia la questione per cui apparentemente ci si scontra, la causa alla radice del conflitto di solito è la mancata soddisfazione di qualche bisogno umano, come l'amore e il rispetto. Tra i bisogni di base ci sono il cibo, la sicurezza, l'identità e la libertà.
Provvedere significa condividere, proteggere, rispettare e liberare.
Aiutando le persone ad acquisire nuovi punti di vista e nuove abilità, possiamo mostrare loro un modo migliore di affrontare le differenze.
Si costruiscono ponti promuovendo le relazioni che attraversano le linee di separazione tracciate dai conflitti.
Per RISOLVERE il conflitto esistono 3 modi più uno.
O si cerca di riconciliare mediante il dialogo gli interessi contrastanti di ogni parte, o si sottopone la questione ad una terza parte che determina quali siano i diritti di ciascuno, oppure si decide con un atto di forza, ad esempio scioperando. Esiste poi un quarto approccio che riguarda la relazione tra le parti e consiste nel risanare una relazione danneggiata.
La Mediazione è molto diversa dall'arbitrato perché nella mediazione sono le parti che decidono la soluzione. Chiunque può essere un mediatore. Il primo passo della mediazione è portare le parti attorno allo stesso tavolo. Quindi il Mediatore deve aiutare ciascuna delle parti a capire le ragioni e le richieste dell'altra. Il passo successivo consiste nell'aiutare le parti in causa a generare opzioni creative per giungere ad un accordo.
Nell'Arbitrato un terzo decide su diritti contestati. L'arbitro incoraggia la negoziazione e può suggerire una procedura equa per risolvere la faccenda, perché decidendo semplicemente chi ha torto e chi ha ragione può incoraggiare il conflitto.
Qualsiasi conflitto si svolge all'interno di un più ampio contesto di potere. La disparità  di potere spesso porta all'abuso e all'ingiustizia, occorre Equilibrare, ovvero democratizzare il potere costruendo una democrazia collaborativa.
Nell'azione di Risanare, si recuperano le relazioni danneggiate, creando un clima giusto, ascoltando e riconoscendo ciò che l'altro dice o rappresenta e incoraggiando le scuse sincere.
Quando il conflitto è  già scoppiata, l'azione da intraprendere è CONTENERE.
Il primo modo di contenere il conflitto è quello di testimoniare, ovvero di prestare attenzione al degenerare dei conflitti facendo attenzione ai primi segnali di allerta.
Poi occorre stabilire delle regole per porre limiti al conflitto, ovvero per permettere uno scontro equo anche requisendo (togliere materialmente la disponibilità) di armi pericolose.
Infine occorre garantire la pace dando concretamente protezione, mettendosi in mezzo.
I ruoli della terza parte solitamente coesistono all'interno dello stesso scontro e spesso vengono ricoperti dalle stesse persone.

I DIECI RUOLI DELLA TERZA PARTE



Perché  un conflitto degeneraModi di trasformare un conflitto
PREVENIRE
Bisogni frustratiProvvedere
Abilità  insufficientiInsegnare
Relazioni deboliCostruire ponti
RISOLVERE
Interessi contrastantiMediare
Diritti contestatiArbitrare
Disparità  di potereEquilibrare
Relazioni danneggiateRisanare
CONTENERE
Mancanza di attenzioneTestimoniare
Mancanza di limitiStabilire le regole
Mancanza di protezioneGarantire la pace

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