Un caso di mediazione

Le cirostanze
Otto donne, ciascuna rappresentante di una classe di una scuola materna, erano in contesa con un uomo, Mimmo, genitore di un alunno, che era stato eletto rappresentante dell'assemblea di tutti i genitori.
A Mimmo erano stati affidati millesettecento euro all’inizio dell’anno scolastico. Mimmo avrebbe dovuto depositarli in un conto comune destinato a far fronte ai progetti deliberati per la scuola ma, una volta entrato in possesso di questi soldi, non li ha più restituiti.





Il conflitto non è scoppiato subito in maniera trasparente. Più di una donna ha sospettato che i soldi non sarebbero tornati indietro e ha fatto qualche passo per ottenerne la restituzione ma in maniera indiretta e non esplicita. Per esempio è stato chiesto a Mimmo di convocare un'assemblea nella quale sarebbe emersa la mancanza di questo soldi, però senza chiedere direttamente se i soldi ci fossero oppure no, se li avesse depositati oppure no, se se li fosse intascati e spesi o se fossero ancora disponibili.
Via via che i sospetti si diffondevano qualcuna ha provato ad aprire un dialogo con Mimmo, tipo "se hai bisogno di aiuto, parliamone." A questo genere di aperture Mimmo non ha saputo rispondere se non reiterando bugie e scuse poiché temeva le conseguenze del proprio gesto.
La sequela delle comunicazioni vaghe e degli approcci equivoci ha continuato finché il caso non ci è stato presentato a distanza di qualche mese, nell’evidenza della mancanza del denaro affidato a Mimmo e nell’esasperazione di tutte le persone coinvolte.

Primo incontro con il gruppo delle mamme
Durante il primo incontro abbiamo conosciuto le mamme rappresentanti di classe. Sapevano di venire in mediazione, sapevano che si trattava di un percorso diverso da quello giudiziale, ma non sapevano che cosa ciò significasse nella pratica, tant'è che sono rimaste spiazzate dalla nostra impostazione.
Infatti abbiamo subito impedito che si parlasse di ragioni e di torti (dando per scontato che appropriarsi di soldi altrui non fosse lecito) e abbiamo indirizzato la nostra attenzione esclusivamente agli obiettivi da raggiungere.
Questo è spiazzante per chi si aspetta di ricevere “solidarietà contro”, collusione, conferma nella propria posizione di superiorità morale, di giusto e di vittima, e invece si trova ad essere richiamato alla propria responsabilità, a definire ciò che davvero vuole ottenere e ad attivare i comportamenti utili per ottenerlo.

Individuare gli obiettivi è meno banale di quanto sembri.
Inizialmente sembrava che l’unico obiettivo del gruppo delle mamme fosse recuperare i soldi e punire l’offensivo colpevole: "Non si può fargliela passare liscia" "Ci ha imbrogliate" "Ci sentiamo prese in giro" "Doveva pensarci prima" "Dobbiamo denunciarlo" "Non è un problema mio se va nei guai" "Ci ha detto un sacco di bugie."
La carica emotiva era forte, e espressa inizialmente solo attraverso la rabbia.

Avendo in mente come unico obiettivo quello di recuperare i soldi, spesso le rappresentanti hanno sconfinato gravemente pensando di coinvolgere la moglie di Mimmo: "Lei lavora, deve aiutare il marito" "Dobbiamo parlare con lei".
Così il nostro primo intervento ha dovuto immediatamente ridefinire i confini del conflitto.
Questa è una operazione molto importante perché molto spesso, se non lo si fa, il conflitto si allarga a coinvolgere persone che non sono interessate a raggiungere gli stessi obiettivi e si perpetua nell’insoddisfazione generale.
Per definire i confini bisogna andare alla caccia delle responsabilità che definiscono i limiti dell'identità del sistema.
In mediazione l'obiettivo è di dare soddisfazione a tutti gli interessi delle parti in gioco individuando un contesto condiviso. E' importante coinvolgere tutti i portatori di interessi altrimenti qualcuno rimane insoddisfatto. Ed è altrettanto importante coinvolgere esclusivamente i portatori di interesse in gioco altrimenti il conflitto si allarga.
Non è stato difficile riconoscere che la moglie era estranea al sistema in conflitto. Lei infatti non aveva preso alcun impegno verso le rappresentanti della scuola e le sue eventuali responsabilità nei confronti del marito riguardano la sua relazione con lui, che lascia estranee tutte le altre persone.

Siccome il primo (e inizialmente l’unico) obiettivo emerso, il recupero dei soldi, era espresso con grande violenza emotiva, ci siamo subito dedicate alla quantificazione del danno in modo che le emozioni e i significati coinvolti fossero commisurati al danno effettivo e non ai sistemi simbolici più o meno esplicitamente coinvolti.
Nello specifico si trattava di milleseicentonovanta euro su una popolazione di 110 bambini, perciò all'incirca 15 euro a famiglia.
Questo ha permesso alle rappresentanti di demistificare la propria interpretazione del fatto, passando da "come si fa a rubare ai bambini!" (dove è il rubare e i bambini catturano l'attenzione e mobilitano principi etici ed emozioni forti) a "beh, in fondo mancano 15 euro a famiglia" il che muove un po' di incazzo e di frustrazione, ma sdrammatizzata.
E’ così apparso chiaro a tutti che le emozioni coinvolte erano sproporzionate al danno effettivo che ogni famiglia avrebbe dovuto sopportare.

“Ma allora, se il danno non è così enorme, come mai mi sento tanto arrabbiata?”. Questa domanda ha permesso di guidare le mamme verso l’individuazione di obiettivi meno ovvi, alla ricerca di ciò che davvero desideravano.
Così sono emersi come ulteriori obiettivi l’impedire a Mimmo di rifare quello che aveva già fatto, il non fargliela passare liscia, e rispondere alla domanda "come presentarsi agli altri genitori senza perdere la faccia?".
Le mamme rappresentanti erano infatti molto preoccupate della figura che avrebbero fatto di fronte agli altri genitori, temevano di essere considerate colpevoli dell’ammanco. La rabbia e l’aggressività che esprimevano nel desiderio di denuncia e di vendetta nascondeva alla loro consapevolezza proprio questo timore.

Abbiamo accolto questi nuovi obiettivi e contemporaneamente abbiamo chiesto che fossero raggiunti all'interno di un sistema nel quale si riconosceva la propria totale responsabilità.
Quale responsabilità hanno i rappresentanti di classe nel fatto che Mimmo abbia trattenuto il denaro? Inizialmente questa chiamata alla responsabilità è stata rifiutata. "Anche mio marito è disoccupato, ma non ha mai rubato", "Abbiamo sempre affidato i soldi in questo modo, non potevamo sapere cosa sarebbe successo", "Non li ho mica presi io i soldi." Tutte frasi che evidenziano la confusione concettuale tra responsabilità e colpa.
Abbiamo allora fatto in modo che si comprendesse la differenza tra responsabilità e colpa, senza troppa teoria, con un esempio: cosa avremmo pensato se un nostro figlio avesse lasciato incustodita la macchina fotografica al bar "lasciandosela" rubare? Ovviamente non avremmo potuto considerare il piccolo colpevole della sottrazione, ma gli avremmo dato dell’ingenuo e dell’irresponsabile dicendogli che avrebbe dovuto ben sapere che non è prudente lasciare una macchina fotografica incustodita in un bar.

Le mamme si sono trovate molto scomode. Credevano di partecipare un contesto in cui si sarebbero sentite dar ragione, in cui avrebbero trovato sostegno emotivo e pratico per condurre una battaglia vittoriosa, ma si sono trovate in un contesto che le invitava a riconoscere pienamente la propria responsabilità quando ancora la confondevano con la colpa.

Le abbiamo lasciate dopo il primo incontro con il compito di ridefinire la prassi per la custodia del denaro raccolto, in modo da poterla sottoporre all'assemblea generale dei genitori così da recuperare con una proposta sostanziale la propria funzione responsabile di rappresentanti di classe.


Secondo incontro con il gruppo delle mamme
Al secondo incontro il gruppo delle mamme si è presentato con il compito ben eseguito: la prassi di consegna e custodia del denaro era stata ridefinita in maniera consensuale e non eccessivamente farraginosa.

Questo primo lavoro ha ottenuto diversi vantaggi:
- ha permesso di reindirizzare l'attenzione dalla punizione o vendetta al raggiungimento dei loro obiettivi
- ha permesso di abbandonare l'illusione che punizione significasse soluzione del problema
- ha aiutato a riprendersi la responsabilità della propria funzione di rappresentanti

Dopo aver ribadito la differenza tra responsabilità e colpa, dopo aver ridefinito i confini del sistema da considerare e dopo aver dato risposta all'obiettivo di presentarsi dignitosamente all’assemblea generale dei genitori, ci siamo disposti al successivo incontro, quello che avrebbe coinvolto in mediazione anche Mimmo.

Incontro con Mimmo
Per preparare la mediazione in cui sarebbe stato coinvolto con le mamme, abbiamo incontrato Mimmo separatamente. Lo scopo era di conoscere i suoi interessi e la sua realtà, ripuliti dalle bugie e dalle illusioni.
Da parte nostra gli abbiamo illustrato a grandi linee lo scopo e il metodo della mediazione, non gli abbiamo nascosto il risentimento delle mamme, e abbiamo chiesto il suo impegno a mantenersi nella verità pena la nostra incapacità di aiutarlo.

Mimmo è stato posto da noi nelle condizioni di dover scegliere in un attimo se rischiare la verità o se mantenersi incastrato nella sua rete di bugie.
In qualche modo è riuscito ad abbandonare l'illusione che le bugie potessero proteggerlo e ad aver fiducia che nella verità i suoi interessi avrebbero potuto trovare maggiore soddisfazione.

Mimmo ha potuto finalmente ammettere di aver avuto paura e pertanto di aver raccontato molte bugie. Ha riconosciuto che ormai le bugie erano diventate per lui una gabbia nella quale rimaneva incastrato, alimentando illusioni di soluzioni, prima ancora di riuscire ad incastrare gli altri.
Infatti, a furia di raccontare storie, Mimmo poteva quasi credere che il fratello gli avrebbe davvero prestato il denaro necessario, che l'azienda gli avrebbe pagato gli arretrati, che la settimana prossima avrebbe potuto restituire almeno 100 euro…

Mimmo è disoccupato da più di un anno, ha 40 anni e due figli piccoli. Vive nel contesto di crisi economica e del lavoro che siamo invitati ad ignorare dalla tirannia dell'ottimismo di regime e a causa della colpevolizzazione dello sfigato che permette di sentirci superiori, fino a quando non riconosciamo noi stessi come sfigati.
Il riconsiderare questa condizione di difficoltà non ci mette nella condizione di giustificare Mimmo (perché noi non parliamo di torti e ragioni) ma ci mette nella condizione di riconoscere la dinamica di quanto accaduto.
Mimmo, per esempio, ha svolto con successo un lavoro di una decina di giorni ma non è stato riconfermato nell'incarico neppure quando ha chiesto di essere pagato come un giovane apprendista, proprio a causa del fatto che ha 40 anni e che avrebbe potuto fare ricorso contro il datore di lavoro che ha il permesso legale di sfruttare un giovane ma non di sfruttare un quarantenne.
Il riconoscimento di questo contesto sociale non è qualcosa di cui il sistema in mediazione possa prendersi direttamente carico, ma è una realtà che non può ignorare.
Anche qui la nostra attenzione era sul filo del rasoio perché bisognava stare attenti a non confondere la descrizione della realtà come giustificazione.

Primo incontro in plenaria
L'incontro successivo ha visto tutti insieme: Mimmo era agitatissimo, temendo la denuncia. Neppure per le accusatrici era facile affrontare la realtà. Le rappresentanti erano emozionate in presenza della persona contro cui sapevano puntare il dito nei propri pensieri di rabbia e vendetta. Si rendevano conto che è facile ipotizzare di punire qualcuno, ma che è difficile desiderare di farlo se lo devi fare tu, lì, in quel momento.

Scopo di questa sessione congiunta era definire una realtà condivisa. Si trattava di comporre il puzzle di quanto accaduto attraverso l'esposizione e la condivisione di tutti i punti di vista.
Una rappresentante ha raccontato nei dettagli la raccolta e l'affidamento del denaro sino alla sua sparizione, e Mimmo ha continuato raccontando il proprio contesto, i propri pensieri, le proprie intenzioni ecc.
Ci sono state molto domande, spesso dirette e precise, fatte a Mimmo da parte di alcune mamme del gruppo.
Per le mamme è stato emozionante esprimere senza reticenze le proprie emozioni in forma di domanda. Per Mimmo è stato semplice e scioccante rispondere la verità.
Finalmente la frustrazione delle rappresentanti ha potuto essere espressa liberamente: il loro senso di tradimento non solo per la mancanza dei soldi, ma il senso di tradimento per una relazione mancata "Io lo incontravo ai giardinetti con mio figlio."
Finalmente, oltre alla rabbia, si stavano esprimendo anche la tristezza del tradimento, il senso di abbandono, la paura dell’isolamento, lo scoramento per la mancanza di significati condivisi, …
Incontrarsi è commuovente.

L'importanza della condivisione della verità è straordinaria. Permette di capire di che cosa effettivamente si stia parlando e di ribadire i confini del sistema coinvolto. Condividere la descrizione del reale mette ciascuno nella possibilità di demistificare e nello stesso tempo di poter esprimere le proprie emozioni e chiedere chiarimenti sulle intenzioni altrui.
Questo di chiedere chiarimenti sulle intenzioni è un altro punto delicato perché se da una parte ti permette di trovare accordo in un principio di livello logico superiore, dall'altro rischia di diventare moralistico, educativo e di trasformare il tutto in un processo alle intenzioni.
"Ma quando ti sei fatto eleggere rappresentante è perché volevi già rubare?" "Che cosa ci hai fatto con questi soldi?".
Chiedere per che cosa siano stati utilizzati i soldi è molto probabilmente uno sconfinamento moralistico che rischia di distrarre dagli obiettivi di mediazione.
Non è utile, infatti, che le mamme si sostituiscano a Mimmo nel giudicare la sensatezza delle spese da lui sostenute.
Pertanto il nostro intervento è stato condotto anche qui sul filo del rasoio perché potevamo permettere questa indagine sulle intenzioni solo nella misura in cui si condividevano dei valori, ma dovevamo assolutamente impedirlo quando diventava un processo alle intenzioni.
Che queste domande potessero essere espresse esplicitamente e potessero ricevere risposta è stato utile a riconoscere le emozioni legate alla lettura del pensiero e contemporaneamente pericoloso perché permetteva di ergersi a giudici in ambiti non propri.

Ci siamo lasciati dopo questo incontro con la soddisfazione di condividere una realtà pienamente espressa, depurati della disintegrazione delle bugie, dalla sgradevolezza del sospetto ("Sono io che penso male…") e dalla confusione della vittima che si sente colpevole.

Tutto questo ha permesso che emergesse con chiarezza un obiettivo sistemico fondamentale fin’ora rimasto inavvertito e inespresso: fare in modo che le relazioni fra tutti (compresi i genitori rappresentati) tornassero sane e vivibili.

Ci saremmo rivisti al successivo incontro con l'obiettivo di trovare le soluzioni per risarcire il denaro, risarcire la faccia di Mimmo, e reimpostare in maniera sana il sistema di relazioni con Mimmo e con gli altri genitori.


Secondo incontro in plenaria
Le più ovvie soluzioni di risarcimento si sono rivelate impraticabili.
- "Ma non puoi venderti la macchina?" -> “l’auto che utilizzo non è mia e non ho neppure i soldi necessari per la benzina”
- "Chiedi a tuo padre e a tua madre" -> "Mio padre non c'è più, mia madre la mantengo io e mio fratello è disoccupato anche lui."
- "Dovevi pensarci prima" -> "Sì, avrei dovuto pensarci prima."

Questo primo passaggio di domande ovvie ha permesso di riprendere contatto con la realtà presente invece che con quella immaginata.
Le rappresentanti di classe si sono rese conto che la loro immagine della realtà era stata impoverita da eccessive semplificazioni.

Si è proceduto nel tentativo non di chiedere risarcimento, ma di creare un contesto che risarcisse. Una differenza enorme, perché creare un contesto che risarcisce mobilita la nostra responsabilità ed evidenzia la circolarità: la restituzione del denaro sarebbe proceduta di pari passo con il recupero della faccia di Mimmo, il quale, recuperando la faccia, sarebbe stato maggiormente in grado di rifondere il denaro.
Per ragioni burocratiche la scuola non avrebbe potuto accettare nessuna prestazione di lavoro svolta da Mimmo a compensazione del debito. Ma la rete dei genitori, se fosse stata capace di assumersene la responsabilità, avrebbe potuto creare numerose piccole occasioni di lavoro che avrebbero permesso a Mimmo di restituire i soldi. Si è stabilito che Mimmo non avrebbe ricevuto il compenso ma che il corrispettivo in denaro sarebbe andato direttamente a risarcire il debito.
Mimmo si è dichiarato disponibile per piccoli lavoretti (imbianchino, facchinaggio, lavori di fatica e quant'altro sarebbe potuto emergere, purché sentisse di averne la competenza) ed è subito apparso chiaro come la possibilità di restituzione del denaro fosse strettamente connessa e dipendente dalla capacità del gruppo genitori di creare contesti per consentire via via a Mimmo di rientrare nel consesso comunitario riguadagnandosi la faccia.
In questo modo, senza nulla togliere alla responsabilità di Mimmo, i genitori ritrovavano la propria piena responsabilità, la propria capacità di rispondere alla situazione.

Ora le rappresentanti sono in una situazione non semplicissima. Hanno imparato a distinguere la responsabilità dalla colpa, ma a volte ricadono in confusione.
Temono le obiezioni degli altri genitori proprio perché, non avendo pienamente integrato questa distinzione, si trovano nella difficoltà di testimoniarla congruamente agli altri genitori.

Lunedì prossimo ci sarà l'assemblea con gli altri genitori. Mimmo non ci sarà. Si era dichiarato disponibile ad esserci per assumersi la propria piena responsabilità in modo da sgravare le rappresentanti che gli avevano affidato i soldi. Ma si è scelto che lui non compaia ora, per scongiurare fenomeni di gogna, e che verrà dichiarata la sua disponibilità ad essere presente in futuro nel caso glielo chiedessero.

Le rappresentanti si presenteranno agli altri genitori così:
1. racconteranno l'accaduto in modo che ciascuno sappia ufficialmente quel che adesso circola per filama, cioè che i 1700 euro raccolti per i progetti sono stati sottratti.
2. Illustreranno il sistema ideato per evitare che questo possa verificarsi in futuro, con ciò prendendosi la responsabilità della propria funzione di rappresentanti.
3. racconteranno l'esperienza della mediazione, l'uscita dall'illusione punizione uguale soluzione, e l'incontro con la realtà demistificata, gli obiettivi da raggiungere e il progetto di creazione del contesto risarcente.

Saranno capaci di non cadere nella trappola delle giustificazione e del torto?
Saranno capaci di mantenersi attente all'obiettivo invece che farsi incastrare nella rabbia che permette loro di sentirsi superiori e giusti?
Crediamo di sì, che saranno capaci perché è diventato chiaro a tutti che ci sono due direzioni che portano a circolarità opposte.
Una crea un circolo vizioso, sostenuto dalla rabbia (che nasconde la propria responsabilità) incanalata dalla ricerca del colpevole come se fosse una soluzione, una rabbia che si alimenta dell'idea "televisiva" della denuncia e che porta alla disgregazione del tessuto sociale del quartiere. Questo circolo vizioso ha come unico vantaggio, perverso e costosissimo, di sentirsi offesi, giusti, superiori, giudici.
Il secondo circolo che si vuole virtuoso ha l'obiettivo di prendersi al 100% le proprie responsabilità, che non significa toglierne ad altri. Si tratta di non farsi distrarre dal distribuire torti e ragioni, ma di mantenere l'attenzione sugli obiettivi.
Questa responsabilità si è espressa nell'elaborazione di una nuova prassi, nella condivisione della realtà fatta con Mimmo e, soprattutto, nella condivisione insieme a tutti i genitori dei significati che si sono sentiti traditi e che si vogliono invece preservare.
L'obiettivo che tutti si rendano conto che il percorso che permetterà di recuperare i soldi è lo stesso percorso che permette a tutti di recuperare una faccia con cui incontrarsi attraverso la testimonianza dei valori condivisi anche, e soprattutto, rispetto ai bambini ai quali non si vuole mostrare una battaglia di ragioni contrapposte, ma percorsi di pace.



Emma Rosenberg Colorni, da anni si occupa di coaching emozionale per la soluzione dei problemi e dei conflitti come consulente nelle organizzazioni e per i privati. Potete conoscere il suo lavoro visitando il sito www.emmarc.it

Maria Francesca Francese (m.francesca@gmail.com) avvocato e conciliatore accreditato presso la camera di commercio di Trieste, responsabile di uno Sportello per la conciliazione delle controversie a Milano.

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